4 Agosto 2021
Social e media mainstream: problematiche

Le elezioni politiche del 2018 hanno premiato i partiti, o i capi partito, che hanno ottenuto i più alti risultati sui social network, nella fattispecie Facebook. Negli ultimi anni diversi giornali di partito hanno chiuso i battenti (vedi l’Unità, Europa o Liberazione), altri sopravvivono o rinascono in forma digitale (vedi il Secolo d’Italia o la Nuova Padania).

Un passaggio di consegne dai media mainstream ai social network?

“Secondo me la questione è che quelli che hanno capito come cavalcare quel tipo di comunicazione hanno in qualche modo capito che possono fare anche a meno dei giornali, è la cosiddetta disintermediazione.”

A parlare è Alberto Puliafito, giornalista, regista, esperto di digitale e di strategie di comunicazione. Dirige Slow News, il principale progetto di slow journalism (un approccio giornalistico basato sul dedicare il necessario tempo alla realizzazione dei contenuti, evitando ricerca della notizia istantanea) in Italia.

È fine maggio, ci incontriamo tramite Zoom. Per spiegare meglio il concetto mi fa un esempio:

“Nel Comune dove vivo, sotto elezioni, una vicina di casa ha inviato una segnalazione al sindaco di un tombino che stava franando ed ha ricevuto la risposta di ordinanza dopo 4 giorni. Io ho aspettato un po’, ho visto che non succedeva niente e ho messo un post nel gruppo Sei di…se…. Mi ha risposto dopo 12 minuti esatti dal momento in cui ho postato, ovviamente taggandolo. Questo è un piccolo esempio, fondamentalmente chi comunica per i politici ha capito che se può avere un rapporto diretto con le persone sui social può tranquillamente fare a meno dei media più tradizionali, i quali però fanno ancora gioco perché vanno a saccheggiare, nella stampa locale o in quella nazionale, quei gruppi e quelle dichiarazioni per trovare, in ambito locale, la polemica del momento o notizie sulla condotta del sindaco o dell’assessore di turno oppure, sul nazionale, per fare da cassa di risonanza all’ennesima provocazione social. Questo fenomeno ha iniziato a sgonfiarsi, ma continua ad intravedersi e comunque è durato fin troppo. Tutto a vantaggio di chi comunica e mai a vantaggio dei fatti e delle reali misure o politiche che riguardano le persone da vicino.”

In parole povere, alla risposta in quel momento (ricordiamo, era fine maggio) non ha fatto seguito un intervento sul tombino.

Pamela e Luca sono spariti da Macerata?

Sotto quelle elezioni due orrendi episodi di cronaca, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, scioccarono Macerata: il ritrovamento del cadavere sezionato di Pamela Mastropietro (per il quale il nigeriano Innocent Oseghale è stato condannato all’ergastolo) il 31 gennaio e gli spari in strada di Luca Traini il 3 febbraio (6 immigrati feriti).

Osservando la conversazione social “da fuori”, l’impressione di pancia è che quasi si aspetti il fatto brutto per poter trovare una verifica delle proprie convinzioni. È davvero così?

Nella conversazione sociale – Alberto preferisce chiamarla così per uscire dall’equivoco che la conversazione sia solo sui social – la polarizzazione è abbastanza normale. Ciascuna delle due parti si guarda come le due tifoserie di una partita di calcio si guardano da una partita all’altra, genuinamente convinti di aver visto due partite diverse. Quando hai una visione ideologica che ti porta, quando succedono questi episodi, a dire Visto che avevo ragione?

Cercando ulteriori analisi ho trovato un interessante studio di Giovanni Pagano, Martina Zaghi e Francesca Arcostanzo per EUVisions ha esaminato la polarizzazione nei tweet di opinione sull’attentato e sul tema dell’immigrazione dal 3 al 9 febbraio 2018.

La cosa che arriva agli occhi più attenti è che il conflitto delle idee mette in secondo piano i fatti.

2 le aree di opinione in campo: “aperturisti” e “chiusuristi”. Per quanto riguarda i primi, il fatto che l’attentato di Traini fosse non solo di matrice razzista ma anche ispirato dall’ideologia fascista ha finito per influenzare il dibattito. Nei tweet analizzati poco lo spazio per parlare di Pamela e di Luca. Molto usati invece hashtag come fascismo, anti-fascismo, fermare il fascismo, razzismo o saluto romano, mettendo in secondo piano tutto il resto, oltre alla tendenza ad accusare Salvini e la Lega di deteriorare il dibattito pubblico e di usare la crisi dei migranti per nutrire la xenofobia per guadagno politico.

Dall’altra parte molti i termini che riflettono un sentimento anti-stranieri: nelle conversazioni analizzate: parole come spacciatore, immigrato, nigeriano, permesso di soggiorno e rimpatri contribuiscono a enfatizzare il legame tra quella che viene definita l’invasione dei migranti e i vari problemi dell’Italia. Molti utenti in questo campo accusano le politiche di immigrazione del governo di centro-sinistra (#Minniti) e le conseguenze di una manifesta buona disposizione verso l’immigrazione (#Boldrini). Da notare la presenza di hashtag come #itaexit e #NoEU, che suggeriscono un chiaro segnale tra i sentimenti anti-immigrazione e quelli anti-europei.

Media literacy

Un clima a cui purtroppo non sfuggono i media più tradizionali, racconta Alberto: “Ricordo quanto mi arrabbiai quando scrissero sui giornali ‘Ecco il primo morto di Covid in Italia’. A che serve quell’aggettivo? Chi se ne frega? Ogni tanto parlo con non addetti ai lavori per capire come percepiscono il lavoro di noi giornalisti, mi capita quello al bar (e sono un grande frequentatore di bar per questo motivo) che mi dice ‘Voi gufate tutto il tempo, voi aspettate la tragedia per poterne parlare’. Io non penso che sia davvero così ma a volte diamo quell’impressione. Se la produzione culturale e informativa messa a disposizione di un popolo è a quel livello, cosa ci possiamo aspettare da chi non fa quello di mestiere? Molte persone non vedono i meccanismi che vediamo noi, come io per esempio non vedo i meccanismi della rotazione delle colture nei campi.”

Allo stesso modo la media literacy (cioè la comprensione dei media, del loro modo di comunicare e di inviare messaggi) non è immediatamente alla portata di tutti e non si studia a scuola.

“Quello è un punto essenziale – prosegue Alberto – Mi è capitato di fare mezz’ora di conversazione con una classe di giornalismo universitaria dell’Oregon. Ho chiesto loro dei commenti sulla cosiddetta Cancel Culture (la tendenza ad ostracizzare personaggi, gruppi, aziende o anche produzioni culturali, come accaduto di recente con le messe all’indice, ad esempio, di Indro Montanelli o del film Via col Vento, ndr) ed il livello del dibattito che mi proponevano era davvero sorprendente dal punto di vista di chi, come me, lavora anche con gli universitari in Italia. Loro studiano media literacy a scuola, noi no.

Molti di noi non sanno come vengono strutturati il titolo, l’occhiello e l’attacco di un pezzo, o cosa sia una linea editoriale. Alain de Botton nel suo libro The News: A User’s Manual, ha parlato proprio di questo problema, si studiano tante cose legittime ma non come funzionano i giornali, e ormai sono 150 anni che c’è questa industria e ci sono delle dinamiche che meritano di essere studiate. Sono convinto che, se vengono forniti degli strumenti adatti, i lettori capiscono le dinamiche della comunicazione, se li si continua a riempire di indignazione quotidiana non possiamo pretendere nulla di diverso. Anche questa è politica, i giornalisti che fanno questo tipo di comunicazione fanno politica, anche se non se ne rendono conto.”.

Un po’ di accaloramento sull’argomento per Alberto. Ma anche la consapevolezza che gli strumenti giusti possono essere dati. Di questo parleremo meglio nella seconda parte di questa chiacchierata.

Corrado Bellagamba