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14 Agosto 2021
Un giornalismo tracciabile: la soluzione

Abbiamo terminato la prima parte di questa chiacchierata parlando di problemi e di possibili soluzioni, strumenti.

Se non si comprende come funzionano i media, non si può creare quel meccanismo di fiducia che è alla base della comunicazione, anche quella di massa.

Fiducia che adesso non c’è. L’Edelman Trust Barometer 2021 riporta che il 36% degli italiani si fida dei giornalisti (nel 2020 era il 39%). I media tradizionali riscuotono la fiducia del 52% degli intervistati (a fronte del 65% del 2020).

Cosa può fare dunque la stampa per fornire al pubblico gli strumenti necessari a decifrare meglio la comunicazione di massa?

Per farlo ci vogliono scelte radicali – spiega Alberto Puliafito – Voglio dire che non sarà possibile fin tanto che noi continuiamo a produrre l’oggetto giornale o l’oggetto telegiornale con lo stesso meccanismo con cui si produceva alla fine dell’800. Di questo stiamo parlando: di una struttura verticistica, con un direttore che ha fatto i suoi accordi con l’editore e prende delle decisioni anche in merito alla gerarchia delle notizie senza dire mai al cittadino perché si è scelta quella notizia lì. Fino a che è quello il modello, non ci sarà nessuna possibilità di dare degli strumenti alle persone. Se invece ci fossero degli attori (che in realtà ci sono ma sono piccoli e con poca visibilità) nel mainstream che avessero il coraggio di cambiare radicalmente il modello di costruzione del prodotto, partendo da un livello di trasparenza assoluto, lì davvero dai degli strumenti.”

Un giornalismo tracciabile dunque, a partire dalla definizione di quella che una volta si chiamava agenda, cioè la scelta degli argomenti.

Una delle cose che dico agli studenti è che se vogliono essere accountable (cioè in grado di essere spiegato e capito, ndr), come si dice in America, devono essere in grado, alla domanda Perché hai pubblicato quel pezzo lì?, di rispondere Perché credo che sia di valore aggiunto per la società civile, dei cittadini, perché migliora la loro comprensione del mondo, perché dà loro degli strumenti etc. Se la risposta è anche in parte diversa, si sta facendo un altro lavoro, che non è quello del giornalista, oppure lo state facendo come si faceva prima, ma non è più il giornalismo del 2021.”

Il Rinascimento di Dolce e Gabbana

Un’occasione di riflessione sul tema si è avuta nel 2018: a novembre Dolce e Gabbana devono rinunciare ad uno show di alto livello a Shanghai dopo le tensioni scaturite dal video promozionale (una modella cinese che cerca di mangiare cibo italiano con delle bacchette), giudicato dai cinesi offensivo e razzista nei loro confronti. Ai primi di dicembre, il Corriere della Sera e Repubblica dedicano ognuno una pagina delle loro cronache al successivo evento milanese dei due stilisti, ispirato al Rinascimento, come i titoli delle due pagine, che parlano in entrambi i casi proprio di Rinascimento di Dolce e Gabbana. Pezzi scritti con altri scopi rispetto a quanto ci siamo detti sopra, promozionali.

A quel punto Luca Sofri ha scritto un post molto interessante sul suo blog Wittgenstein, dicendo in pratica ‘Stiamo tutti a pontificare ma se hai investitori pubblicitari e devi portare a casa la pagnotta, forse sei costretto ad accettare anche di scendere quel compromesso lì’ – ricorda Alberto – Allora metto in campo due anime: quella radicale di chi rifiuta categoricamente, e quella realista di chi si rende conto di certe problematiche. Ma se si inizia un piccolo percorso di cambiamento nel mainstream, forse tra 10-20 anni potrai dire ‘Ora questa cosa non la dobbiamo fare più.’”

Così si possono dare degli strumenti, e alcune realtà editoriali ci stanno lavorando. “Per esempio il Post sta facendo, da questo punto di vista, una cosa encomiabile, secondo me – conferma Alberto Puliafito – Charlie, la newsletter sulle dinamiche del giornalismo, è un ottimo lavoro che meriterebbe una visibilità enorme rispetto a quella che ha. Io provo a fare qualcosa di simile con la newsletter The Slow Journalist che magari è più orientata ai freelance, Valerio Bassan prova a farlo con Ellissi. Il problema di queste realtà è che alla fine rimangono circoscritte a chi si interessa di queste dinamiche. Ci vorrebbe attenzione a queste dinamiche da parte di qualche attore che ancora gode di enorme visibilità. Non so se le testate giornalistiche se lo possono permettere in termini di brand, perché il capitale di fiducia che avevano nel tempo se lo sono giocato.”

E fuori dai giornali?

La televisione, sotto la pandemia, ha rafforzato il ruolo dei talk show, altra manifestazione del tifo da stadio che non produce confronto di idee, ma altra polarizzazione. “Aperturisti” contro “chiusuristi”. Di nuovo.

È una scelta, legata forse alla logica degli ascolti o al modello di business – l’analisi di Alberto – Ma è inaccettabile farsi dettare la linea dal modello di business, dai partiti o da chiunque altro. Il faro dovrebbe essere sempre quello che rimane al pubblico. Per onestà intellettuale ammetto che seguo pochissimo, praticamente per nulla, i talk show. Questa però è una mia scelta perché, dopo averne visti a tonnellate quando lavoravo a Blogo o a Tvblog, una volta capito il meccanismo, mi sono stancato. Non mi dà valore aggiunto, preferisco immergermi nella lettura di un libro che mi racconta meglio determinati schemi. Quello che posso dire dalle polemiche che sento di riflesso è che ho l’impressione che non ci sia una ricaduta positiva da questo tipo di opposizioni. Mi sconcerta che anche una cosa seria come la pandemia si sia trasformata in una bancarella del tifo e del consenso politico: io non tifo per chiudere o aprire, io voglio essere in sicurezza, stare tranquillo, come penso la maggior parte delle persone, vivere in maniera dignitosa la mia famiglia e il mio lavoro. Penso che si sia trasformato anche quello in una materia di tifo e lo trovo disgustoso. Contesto chi dice “è questo che vuole il pubblico”: condurre un talk show in quella maniera è una scelta consapevole. Non dubito che nel giornalismo mainstream ci siano anche cose di qualità: il problema è che se tu le diluisci così tanto nelle polemiche, i frutti che si raccolgono sono quelli delle polemiche.”

La pandemia è stata il banco di prova di un corto circuito, dove l’esigenza di avere la notizia, il contenuto, in tempi più brevi possibile, ha cozzato con la necessità della scienza di studiare il Sars-Cov-2. “Il discorso dal mio punto di vista è che abbiamo fallito miseramente – conferma Alberto – Abbiamo la prova che il linguaggio delle bozze, del forse, ha fallito, abbiamo la prova di quanto sia fragile la nostra società. Siamo fragilissimi, possiamo essere messi in ginocchio da una cosa che non conosciamo e che non dico fosse prevedibile ma pronosticabile sì, dal momento che abbiamo piani pandemici pronti che giacevano dimenticati così come ci sono piani per altri scenari di rischio. Come le nostre democrazie capitalistiche hanno dimostrato quanto sono fragili, al punto da doverci costringere alla finta dicotomia “O la salute o l’economia” che è una cosa assolutamente inaccettabile per una società civile, allo stesso modo il giornalismo di queste democrazie ha dimostrato di non avere gli anticorpi, non si può permettere di rallentare perché così ha deciso. Abbiamo inondato l’infosfera piena di contenuti che dopo mezz’ora non valgono più. Un collega, senza fare nomi, mi ha raccontato tempo fa di una sua collega che ha lavorato una giornata intera per un pezzo che già era diventato obsoleto al momento della pubblicazione, perché l’argomento a cui stava lavorando era stato depennato da non so quale bozza di decreto.”

 

Lo spiraglio

C’è, infine, un modo per non farsi travolgere? “Sì ed è, ancora una volta, fare delle scelte radicali rispetto agli argomenti che tratteremo e a come li tratteremo – così si conclude questa chiacchierata con Alberto Puliafito – Però sono scelte che in alcuni casi possono richiedere approcci drastici. C’è una notizia di agenzia relativa all’ennesima morte bianca. Non la dai? Sì, la dai, ma quella è uguale per 40 giornali online. Se poi la versione cambia perché la notizia era stata battuta di fretta, hai 40 giornali con altrettanti pezzi obsoleti. Allora si dovrebbe ottimizzare il flusso. Non vuol dire che non si deve parlare nel giornale di morti bianche, ma per esempio avere in redazione due persone pagate per fare quello e che quindi si prendono il tempo di dire ‘Ok abbiamo la notizia di agenzia, la diamo magari come brevissima o flash e mandiamo il nostro inviato che sta lì 3 o 4 giorni per gli approfondimenti.’. Si dirà che adesso non si può più: ribadisco, continua ad essere una scelta senza riscontro fattuale, non si prova a fare diversamente perché il contenuto di qualità è diluito in questo flusso. Quindi alla prova dei fatti abbiamo fallito. Però io sono ottimista, perché ci sono un sacco di persone in giro che stanno facendo scelte radicali, alla fine percoleranno dentro al mainstream e piano piano otterranno il loro risultato.”

Corrado Bellagamba